2018/08/22

50 anni fa Tutti morimmo a stento


1968. Faber sempre attuale. 


 Come potrò dire a mia madre che ho paura ?


Un’opera, un capolavoro di metafore scritte 50 anni fa ma che, purtroppo, ad oggi sono ancora attuali. Faber ci aveva visto lungo: l’album è cosparso da un’inevitabile ciclicità umana destinata a ripresentarsi in ogni epoca, in ogni luogo e in ogni mente.
 da Ernyaldisko : Faber: 50 anni di Tutti Morimmo a Stento. Un viaggio nel passato che perdura nel presente

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« Parla della morte... Non della "morte cicca", con le ossette, ma della morte psicologica, morale, mentale, che un uomo normale può incontrare durante la sua vita. Direi che una persona comune, ciascuno di noi forse, mentre vive si imbatte diverse volte in questo genere, in questo tipo di morte - in questi vari tipi, anzi, di morte - prima di arrivare a quella vera. Così, quando tu perdi un lavoro, quando tu perdi un amico, muori un po'; tant'è vero che devi un po' rinascere, dopo. »
(Fabrizio De André, intervista rilasciata ad Enza Sampò nel programma RAI "Incontri musicali: Fabrizio De Andrè" del 1969
da https://it.wikipedia.org/wiki/Tutti_morimmo_a_stento

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 “Tutti morimmo a stento” è un album di rottura. Contribuisce a fare di De André una figura intellettuale e non solo l’autore di splendide canzoni come “Via del campo” e “Amore che vieni, amore che vai”. In Italia non si ricordano altri dischi improntati a una tale nobile serietà d’intenti.
Il tono è tragico, i testi raccontano di morte non solo fisica, ma anche psicologica, morale, mentale. 
I brani, come spiegò il cantautore, sono “uniti tra loro da intermezzi sinfonici e hanno come minimo comune denominatore quello di essere nella stessa tonalità, e di trattare lo stesso argomento”

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Tu che m'ascolti insegnami

un alfabeto che sia

differente da quello

della mia vigliaccheria.

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Se nella "Buona Novella" il tema era la debolezza degli uomini al cospetto di una divinità soverchiante, in "Tutti Morimmo A Stento" si cantano le miserie e gli orrori della Terra, dell'"umano e desolato gregge di chi morì con il nodo alla gola".

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Credo sarebbe utile rispolverare un opera di tale ispirata lucidità in un epoca nella quale si è perso il rispetto della vita altrui e soprattutto della morte altrui. Vorrei ricordare, in queste ultime frasi, alcuni miei cari amici che, il giorno dopo l’impiccagione di un uomo, sono corsi su internet per scaricarne il filmato. Vorrei ammonirli affettuosamente con i versi di un brano che Fabrizio aveva tradotto dal grande maestro Georges Brassens: “Tanto più che la carogna è già abbastanza attenta / Non c’è nessun bisogno di reggerle la falce”.
 Recensione di  Angelo Bignamini su Storia della musica



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Riprendendo il concetto espresso dalla recensione di Ernyaldisko, è proprio  la consapevolezza della ciclicità degli eventi che si ripetono in ogni luogo, in ogni epoca e in ogni mente  a rappresentare, secondo il mio sentire, certamente la malinconia, la ruvidità, la rabbia che scaturiscono dall'intera composizione [così come dai nostri sentimenti di spettatori di un mondo che troppo spesso non ci piace] ma d'altra parte anche l'osservazione sarcastica e l'accettazione così come la lotta e la continua rinascita. 






La polvere il sangue le mosche e l'odore
per strada fra i campi la gente che muore
e tu, tu la chiami guerra e non sai che cos'è
e tu, tu la chiami guerra e non ti spieghi il perché. 


L'autunno negli occhi l'estate nel cuore
la voglia di dare l'istinto di avere
e tu, tu lo chiami amore e non sai che cos'è
e tu, tu lo chiami amore e non ti spieghi il perché.



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